DI GIOVANNI BOGANI
Quando avevo quattordici anni, le sue canzoni mi hanno salvato la vita. Mi fecero sentire che c’era qualcuno come me, qualcuno che si era fatto le stesse domande; che si faceva venire nostalgie brucianti, che stava a guardare un vicino di casa anziano e si struggeva di compassione per lui, per la vita che aveva vissuto, per la sua routine di mezza povertà, con la luce fioca di una lampadina da trenta candele.
Quando avevo quattordici anni le sue canzoni mi hanno salvato la vita. Io le leggevo, prima ancora di ascoltarle nei dischi le avevo lette, su un piccolo libro pubblicato da Lato Side. Così, per me, le sue canzoni sono state prima parole. E musiche che mi immaginavo, prima ancora di sentire quelle vere.
E mentre ero a Viareggio, a vivere delle mezze estati di pomeriggi interminabili e di canzoni ascoltate con le audiocassette, pensai alla ragazza della canzone “Il compleanno”, pieni anni ’60, tinelli e Vermouth, voglia di innamorarsi e paura di rimanere, ancora una volta, a far da tappezzeria, anche il giorno del proprio compleanno.
Ogni canzone di Francesco Guccini per me era un film, un film che mi portava ad Amsterdam – “Canzone delle situazioni differenti” – con una pioggerellina sottile e una ragazza europea ricca e viziata; o nella strada della Pennsylvania station, in un’America che non avevo ancora visto mai. O a Pavana, da dove Amerigo se ne andava, chiudendo dietro a sé la porta verde.
Francesco, mi hai salvato la vita tante volte. Hai dato un nome a sentimenti che stavano dentro di me, come dentro tutti, senza avere un posto, o un nome.
E quante volte sono andato a sentire i tuoi concerti, il pugno di migliaia di persone che si alzava alle note della Locomotiva, i ragazzi degli anni ’80, ’90, 2000 che sapevano le tue canzoni a memoria. E tu che ti scatenavi, fino alla fine, fino al quarto bis, e inventavi chiacchiere, ed eri capace di fermarti a metà di una canzone e parlare, squadernare ironia come solo tu sai, e via ricominciare.
E mi ricordo quel giorno di trenta e più anni fa, quando scesi alla stazione di Ponte della Venturina, e venni a piedi su a Pavana a cercarti. A bussare alla porta, e trovarti, emozionato, quasi senza saper che dire. E poi sentirti parlare della canzone che stavi scrivendo. A raccontare il tuo artigiano di costruttore di parole.
Beh, oggi, tanti anni dopo, eccomi di nuovo qui. La porta di casa tua l’ho trovata ancora una volta aperta. E non sai che regalo mi hai fatto, oggi, aprendomi quella porta.
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