DI ALBERTO CRESPI
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Fra il 13 e il 23 agosto del 1967 il cinema americano subì una rivoluzione: uscì, prima a New York e dieci giorni dopo a Los Angeles, “Bonnie and Clyde”, un film di Arthur Penn ribattezzato in Italia “Gangster Story” (titolo pertinente, ma vuoi mettere il fascino dei nomi originali?). Prodotto e interpretato da un giovane divo molto intraprendente, il trentenne (allora) Warren Beatty, il film uscì nel resto d’America solo nelle settimane successive, malamente distribuito da una major (la Warner Bros) che lo odiava a morte per il “look” aspro e polveroso, da ballata texana degli anni della Depressione, e per le scene di violenza più sanguinose ed esplicite mai viste a Hollywood (“Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah sarebbe arrivato solo due anni dopo). Incassò, solo negli Stati Uniti, oltre 50 milioni di dollari rispetto a un budget di 2 milioni e mezzo, cifre notevoli per l’epoca. La Warner era talmente sicura del fiasco che offrì a Beatty, anziché la doverosa paga come produttore e attore, il 40% degli incassi: è uno dei motivi (non l’unico) per i quali il nostro eroe, a 80 anni, è un uomo ricco.
“Bonnie and Clyde” non fu il maggior successo del 1967. Il 21 dicembre uscì, stavolta con un lancio pre-Oscar molto forte, un film in cui la MGM (più lungimirante della Warner) credeva molto: “Il laureato”, di Mike Nichols, con Dustin Hoffman nel ruolo del giovane Benjamin e Anne Bancroft in quello della meravigliosa Mrs. Robinson cantata anche da Simon & Garfunkel. Nota a margine: molti pensano che la canzone sia stata scritta per il film, ma non è così. Esisteva già e si intitolava “Mrs. Roosevelt”, come è facile immaginare ascoltandone attentamente le parole; Paul Simon cambiò il titolo di buon grado e permise a Nichols di usare nel film altre sue canzoni, fra cui la celeberrima “The Sound of Silence” che era uscita nel 1965. “Il laureato” è uno dei primissimi film a includere, in colonna sonora, canzoni pop preesistenti; “2001 Odissea nello spazio” farà lo stesso, l’anno dopo, con brani di musica classica; “Easy Rider”, nel 1969 (l’anno di Woodstock…), farà tendenza con una colonna composita il cui disco diventerà più popolare del film.
1967: nasce la “Nuova Hollywood”, il decennio d’oro del cinema americano moderno che molti fanno terminare con “Apocalypse Now”, 1979, ma che è lecito prolungare nel cuore degli anni ’80. Nasce un cinema di produttori indipendenti e di registi/sceneggiatori/autori, che si appoggia alle majors per la distribuzione in sala ma cerca storie, soggetti, volti e pubblico fuori dai circuiti tradizionali della Hollywood classica. Nasce un cinema di attori nuovi, spesso connotati etnicamente come l’ebreo Hoffman e gli italo-americani Pacino, De Niro, Stallone. Warren Beatty è un “bello” nella tradizione hollywoodiana, e del resto viene da quel mondo essendo il fratello minore di Shirley MacLaine (all’anagrafe si chiamano Beaty, con una sola “t”). Hoffman no, viene dai teatri dell’Est come del resto i due registi, Penn e Nichols, rinnova la tradizione degli attori di estrazione Actors’ Studio e il suo ruolo in “Il laureato” è, per Hollywood, una rivoluzione: mai visto, nel cinema classico, un protagonista così bassetto e bruttino. Si narra che per il ruolo di Benjamin avesse sostenuto un provino anche Robert Redford, e che Nichols lo convinse costringendolo a guardarsi allo specchio: “Suvvia, Bob, chi crederebbe mai che uno come te sia imbranato con le donne?”.
Anni dopo Redford e Hoffman avrebbero fatto coppia in uno dei film-manifesto della Nuova Hollywood, “Tutti gli uomini del presidente”. Un film dichiaratamente politico, sullo scandalo Watergate. È possibile, mezzo secolo dopo, sostenere che anche “Bonnie and Clyde” e “Il laureato” fossero film politici? Lo erano in modo indiretto, e comunque non è la politica il loro tratto distintivo. Domandarsi se la Nuova Hollywood sia stata un movimento “di sinistra” serve a rispondersi, non tanto paradossalmente, che le nostre categorie di destra e sinistra mal si adattano al cinema americano. La vecchia Hollywood non era “di destra” (non sempre) e la Nuova non è “di sinistra” (non necessariamente). Nel 1962 erano stati prodotti due film clamorosamente “di sinistra”, per i contenuti democratici, anti-razzisti, politici in modo diretto: “Il buio oltre la siepe” di Robert Mulligan e “Va’ e uccidi” di John Frankenheimer, amico personale dei Kennedy. Erano film di grosse produzioni interpretati da star come Gregory Peck e Frank Sinatra. I film della Nuova Hollywood sono innovativi per altre ragioni, che vediamo di sintetizzare.
La prima: personaggi giovani, storie di rabbia giovanile interpretate da attori giovani. Bonnie Parker e Clyde Barrow, i veri fuorilegge degli anni ’20, erano poco più che ventenni quando vennero uccisi. Nel ’67 Beatty ha 30 anni, la Dunaway 26. Benjamin è un ventenne, Hoffman lo interpreta a 30 anni ma può apparire più giovane; la cosa bizzarra è che Mrs. Robinson, ovvero Anne Bancroft, di anni ne ha solo 36 e Katharine Ross, che nel film è sua figlia, ne ha 27. Eppure la Bancroft è stupenda, anche un po’ invecchiata dal trucco, e crea un personaggio di “tardona” supersexy che ha stregato milioni di cuori.
La seconda: tutto viene da “off Hollywood” e ha un respiro inedito per quel cinema. David Newman e Robert Benton, che scrivono il copione di “Bonnie and Clyde”, sono giornalisti di “Esquire” e in prima battuta vorrebbero vendere il film a Jean-Luc Godard. La prima scelta per il personaggio di Mrs. Robinson è Jeanne Moreau, che declina. Penn e Nichols sono due ebrei newyorkesi, il primo un vero intellettuale amico di Gore Vidal, il secondo un autore teatrale di testi satirici.
La terza, oggi ovvia, allora rivoluzionaria: il colore. Ancora a metà degli anni ’60 molti film americani si giravano in bianco e nero. Penn ha visto la “trilogia del dollaro” di Sergio Leone e per la prima volta mette in scena schizzi di sangue, corpi crivellati dalle pallottole: tutti vedono Warren Beatty e Faye Dunaway sobbalzare sotto la gragnuola di pallottole, e pensano al Vietnam. Nichols inventa un’estetica pop (le scene della piscina) ancora molto imitata: tutti vedono Dustin Hoffman vestito da sub, o sedotto da Mrs. Robinson, e pensano alla plastica. Lo stile è diverso nei due film, in entrambi è nuovissimo.
I film “seminano” anche in Italia. Nel ’68 Fred Bongusto scrive un pezzo, “La ballata di Bonnie e Clyde” chiaramente ispirato dal film. Qualche tempo dopo Paolo Villaggio cala il personaggio di Fracchia in una parodia del “Laureato”, nella quale ruba al feroce capoufficio Gianni Agus una bella sposa interpretata dalla futura berlusconiana Ombretta Colli – al suono, ovvio!, di “The Sound of Silence”. I due film non sono mai andati via, sono sepolti nel nostro immaginario, battezzano un’epoca del cinema americano che ha formato generazioni di critici, di spettatori, di cineasti. Il 10 agosto, un bell’articolo di Danny Leigh sul sito del “Guardian” si è chiesto se non ci vorrebbe oggi, un film come “Bonnie and Clyde”. Nel cinema post-Lehman Brothers, scrive Leigh, il cinema è “split between micro indies made for pocket change and studios turning out jumbotronic superhero serials”, micro-film indipendenti fatti con gli spiccioli e saghe di supereroi jumbotronici realizzate dagli studios. Servirebbe un “autore” capace di fare il botto, magari con temi e contenuti forti, non con la giocosa esplosione di violenza di un Tarantino. Potrà essere Chris Nolan con “Dunkirk”? O la grande Kathryn Bigelow con “Detroit”. Ne riparliamo a fine anno, sperando che il 2017 sia degno del 1967.
Da Strisciarossa
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