DI PINO APRILE
(dal “Corriere del Mezzogiorno”)
Attenzio’, popolazio’, interessante comunicazio’!
Esistono. Abbiamo le prove.
Quando il ministero dell’Istruzione escludeva i nostri scrittori e poeti dai programmi di Letteratura dei licei, vi chiedevate: ma i docenti universitari del Sud, niente dicono? Ci sono?
Quando il decreto Carrozza-Letta condannava a morte le università del Sud, vi siete detti: ora i nostri prof scateneranno l’inferno! Abbiamo letto il lavoro-denuncia di Gianfranco Viesti; seguito i tentativi, anche del rettore di Bari, Antonio Uricchio, di coinvolgere l’Italia onesta, sostenuto i propositi di sollevazione accademica di prof come Piero Bevilacqua, Nicola Ostuni e pochi altri. Ma il mondo universitario terrone zitto, nascosto. Dov’era?
I governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni varavano investimenti al Nord e niente al Sud, e noi ci dicevamo: qua la nostra intellighenzia insorge, il troppo è troppo. Invece, tutti a pararsi il beneamato, nella speranza, forse, in vista del prossimo concorso, che qualche imprudente collega si esponesse e “bruciasse”.
Dov’erano i nostri prof quando serviva (non solo a fini personali) la loro competenza, la loro testimonianza, il loro coraggio, se alla fine ritrovi sempre e solo gli stessi, ammirevoli e scarsi, di solito pure migliori, che spesso pagano prezzi salati al non aver “imparato a campare”? Mentre alcuni furbi bazzicano le anticamere del potere, per rimediare la consulenza confindustriale, ministeriale o partitica, la candidatura, comunque “qualcosa” (e per questo, non criticare, opporsi, infastidire).
La schiena dritta non è la dote più diffusa nella nostra classe docente. Mentre tanti professionisti, operai, braccianti, finivano nelle galere fasciste, al confino, in esilio e qualcuno ucciso, i prof firmavano tutti l’adesione al regime, salvo poco più di una dozzina (per alcuni fu facile, essendo ormai quasi in pensione). Lezione appresa… Del rampollo di ‘ndrangheta che passava 9 esami universitari in 41 giorni, non abbiamo saputo per le denunce dei prof, ma dalle indagini. Più volte, mi è stato fatto osservare: la mafia uccide magistrati, giornalisti, persino alcuni politici: perché mai docenti universitari?
Poi, la Regione Puglia approva, quasi all’unanimità, il Giorno della Memoria per le vittime innocenti del modo in cui fu unificata l’Italia e quel che non si vide contro fascismo, mafia, esclusione degli autori terroni e declassificazione delle università meridionali, si vede contro il rischio che si parli, in pubblici e liberi confronti, di quel che fu fatto al Sud un secolo e mezzo fa e ancora viene fatto. Solo contro questo, e pure a dispetto della volontà dei rappresentanti di tre Regioni (finora), insorge un certo mondo cultural-universitario del Sud, che però tace e acconsente (e qualcuno ci mangia), se al Sud tolgono strade, treni, aeroporti, riducono diritto alla salute e allo studio.
E in meno di venti giorni si raccoglie un migliaio di firme, inclusi allievi (ah! Esami già dati o da dare?) di quei prof (la studentessa Valentina, 18 anni, in 48 ore, per la tesina su Brigantaggio e “storia negata”, massimo dei voti e 150mila contatti su facebook…).
Con mille firme (però le loro, eh!), pretendono non si tenga conto del voto espresso da istituzioni democratiche e le Regioni che devono ancora votare, lo facciano come piace a lorsignori (manco ci fosse dietro un Giorgio Napolitano, per dire di uno che nominava i governi, per evitare che gli italiani li eleggessero non graditi a lui e forse ai suoi “fratelli” della loggia statunitense, una delle più retrive, cui è iscritto dal 1978, secondo “Massoni”).
Questa vicenda ci conferma che una certa classe dirigente meridionale (salvo malviste eccezioni) è disposta a esser complice di qualsiasi danno, insulto, discriminazione contro il Sud, ma non a permettere che si discuta del perché tale trattamento coloniale esiste e da quando.
Forse nel timore che si scopra che il gruppo di potere di oggi è esattamente lo stesso di allora? In quella lista dei mille si sente molto l’influenza della massoneria “che fece l’Italia”, con le armi piemontesi e la guida della casa-madre britannica (detoo da Garibaldi, Cavour, lord Lennox, il gran maestro Armando Corona e nello storico convengo massonico tenuto a Torino).
Si pretende di escludere “ingerenze” non accademiche nel Giorno della Memoria, accampando “saperi e competenze”. Che vanno riconosciuti, ma non generalizzati. Prendi le stragi di Pontelandolfo, Casalduni, Bronte e tante altre. Se sapevano e non ce l’hanno detto, saranno competenti, ma pure reticenti. Se non sapevano, le competenze sono millantate (ricordo un noto docente, che ai suoi colleghi disse: «Sto nell’università da 40 anni e per sapere di Pontelandolfo e Casalduni dovevo leggere “Terroni”?»). A chi, titolato, stesse per offendersi, ricordo che è stato il presidente della Repubblica a parlare di massacro relegato ai margini dei libri di storia (scritti da…?).
Dopo 156 anni di reticenza, fa paura un Giorno della Memoria, che potrebbe “dividere il Paese”. Detto da chi tacque su “20 milioni di fucili” leghisti e tace sul referendum lombardo-veneto.
Un’idea molto padronale della storia (vizietto di autoeletti che vogliono far “la rivoluzione senza il popolo e contro il popolo”). Si rassegnino i mille: gli altri esistono e hanno volontà e intelligenza.
Salvo (per ora?) il Corriere del Mezzogiorno che ha dato spazio ad alcune voci diverse, nei quotidiani del Sud si è calpestata la regola prima del giornalismo: e l’altra campana? Decine di opinioni sul “No” al Giorno della Memoria, silenzio sulle ragioni del “Sì”. In pochi giorni, decine di pagine di “dibattiti a più voci” che però dicono la stessa cosa! L’avessero fatto per i treni, avremmo Frecciarossa pure per Minervino e Padula.
E parliamo della volontà espressa, fra Basilicata, Puglia e Campania (iniziativa consimile), dai rappresentanti di circa 10 milioni di persone: metà della popolazione meridionale.
Basterebbe questo per dire che il Giorno della Memoria è necessario, per poter pubblicamente discutere e confrontarsi. Con tutti: i mille e i centomila. Ma il sistema di potere, ormai marcio, teme che Sud “neoborbonico”, più “populismo” dei cinquestelle possano spazzar via il “lorsignorismo” dei partiti che si stanno spolpando il Paese e saccheggiando il Sud.
Non ho partiti, non sono neoborbonico. Lascio ai politici quei ragionamenti. Ma li inviterei a chiedersi perché il fenomeno cinquestelle, ovvero: votare loro o chiunque altro, o non votare, pur di non sporcare la scheda con partiti che hanno disgustato fra nipotine di Mubarak, banche Etruria e babbo-Consip. E perché quei documenti sulle stragi li abbiamo dovuti leggere grazie alle ricerche dei neoborbonici o trovarceli da soli (e poi sentirci dire: però in America…!)?
Da cosa nascono questi “fenomeni”? Ne sapete niente voi, padroni di cattedre (e, ripeto, non è un generalizzare, perché dobbiamo molto a tanti accademici); padroni di partiti, usurpatori di banche, candidati imposti dall’alto, pregiudicati e indagati al sicuro in Parlamento?
Sul Giorno della Memoria, la differenza è fra chi vuol vietare e tener chiuso l’argomento; e chi vuole aprirlo per ricordare, parlare, rivedere. Insieme. Fra chi vuole l’esclusione e chi l’incontro.
https://www.facebook.com/Terroni-di-Pino-Aprile-1545756872378210/?
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